domenica 30 settembre 2012

La piscina di sera

L'odore di cloro lo senti già da fuori, alle rastrelliere per le biciclette. Penetra nelle narici, acuto come uno spillo. La sera di mercoledi alla piscina Solari, fuori dal portone c'è una piccola folla. Sembrano facce scure, ma non lo sono: sono facce normali che si portano dietro la normale fatica di un normale giorno di lavoro. Tutto qui. Siedono sulle panchine, alle 21.15, in attesa della fine dei corsi e dell'apertura per il nuoto libero. In silenzio, cuffie nell'orecchio, iPhone in mano. Sopracciglia aggrottate, nella maggior parte dei casi. Aspettano solo di potersi tuffare nella vasca clorata. Vogliono illudersi - almeno per un'ora - di riuscire a lavare via i problemi con l'acqua: la paura che ci mette il capo addosso, l'odio per il collega arrogante, i litigi con la moglie, quell'angoscia inspiegabile che ti prende alle caviglie i primi giorni d'autunno.

Ore 21.30, finiscono i corsi, è il nostro momento. Noto dalla fila alla cassa che sarà una serata affollata. C'è la signora sbadata che compra gli occhialini e se ne pente subito dopo, visto quanto li paga. C'è il tipo frettoloso che non sa aspettare il suo turno e mostra l'abbonamento prima degli altri. C'è il giovane hipster con la camicia sudata e le guance brufolose, così impacciato da non sapere da che parte girarsi.

In un modo o nell'altro riesco a guadagnare gli spogliatoi. Costume, cuffia, ciabatte. E via nella bolgia. All'inizio la situazione sembra tranquilla, anche perché riesco ad entrare fra i primi. Ma l'evoluzione è rapidissima. Il rimbombo delle bracciate, sordo, riempie tutto il salone. Vista dall'alto - col distacco di un osservatore impersonale - la vasca sembra una pozzanghera durante un terremoto, dove un manipolo di umani impazziti giocano a farsi la guerra a colpi di schizzi d'acqua. Vista da dentro, invece, è una specie di inferno.

Provo ad allenarmi. Stretti come sardine, in sei per corsia, è difficile. Gli altri sembrano tranquilli, come se fossero abituati da sempre a tutto questo, e si muovono con la scioltezza un po' annoiata che hanno quando devono salire sulla metropolitana affollata. Io, invece, all'idea di quell'assedio mi faccio prendere dall'angoscia. Comincio ad agitarmi, le mie bracciate sono frenetiche, consumo tutto il fiato in pochi metri. Il cuore pompa forte e sono appena a sei vasche. Incrocio mani dell'altra corsia, sfioro piedi in virata, vado a sbattere durante i sorpassi altrui. Un incubo, se mi fermo a pensarci.

Poi mi rassegno: prendo un ritmo e inizio a fare i conti con quei due metri quadrati di spazio libero che mi sono rimasti a disposizione. In qualche modo, finisco di allenarmi. E lo scoccare dei quarantacinque minuti arriva come una liberazione. A bordo vasca, osservo quella massa ancora intenta a contendersi gli angoli. E improvvisamente penso al mio mare, quello di Livorno, e agli spazi incontaminati che mi bastava anche solo guardare per sentirmi libero.

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